Liubov Kovaliova e la sua lotta per il figlio

In occasione dell’8 marzo ricordo qui una piccola donna con una forza particolare, Liubov Kovaliova, che ha lottato per mesi per la vita del figlio e ora continua la sua battaglia contro la pena di morte. Riporto la traduzione di un articolo pubblicato ad aprile 2012 dal bravissimo giornalista bielorusso di origine polacca Andrzej Poczobut, che da giugno 2012 è costretto alla residenza forzata nella sua città, Grodno, nella Bielorussia occidentale, come punizione per la sua attività giornalistica.

Alexander Lukashenko ha respinto la domanda di grazia del figlio. Cinque giorni dopo l’esecuzione ha espresso la sua compassione

Martedi 12 aprile 2011 è stato l’ultimo giorno normale di Liubov Kovaliova. Lo aveva passato con la figlia Tatiana, che stava per sposarsi, preparando l’elenco degli acquisti per il matrimonio.

La notte hanno suonato alla porta – racconta Liubov Kovaliova – ho aperto la porta ed era pieno di poliziotti. Mi hanno detto: Perquisizione. Perquisizione? Che perquisizione? Che è successo? La risposta è stata: Suo figlio era nel posto e nel momento sbagliato.

Hanno detto che Vladislav è stato arrestato in relazione all’attentato terroristico nella metro di Minsk, avvenuto il giorno prima. Hanno preso il suo album di foto, il modem, i chiodi, le batterie, il manuale di elettricista…

La mattina dopo hanno telefonato gli inquirenti. Hanno detto di portare dei vestiti a mio figlio. Le sue cose sono state consegnate ai periti e ora non ha nulla da mettersi. Poi me lo hanno passato al telefono. Vladislav mi ha detto: “Mamma, non ti preoccupare, nel giro di 72 ore tutto si chiarirà”. Ma non si è chiarito.

Liubov ha avuto fiducia fino alla fine. Fino al 17 marzo 2012, giorno in cui ha ricevuto una lettera della Corte Suprema. Valeri Kalikovich, vicepresidente della Corte Suprema le ha scritto: “Comunico che la sentenza della Corte Suprema della Repubblica di Bielorussia del 30 novembre 2011 nei confronti di suo figlio, Vladislav Kovaliov, è stato eseguito. Il certificato di morte può essere ritirato nell’Ufficio di Stato Civile del Quartiere ‘I Maggio’ di Vitebsk.”

Una madre temuta dal KGB

Vitebsk, Via Repina. Periferia della città. Un tipico quartiere operaio sovietico: file di edifici grigi identici, a cinque piani. Davanti all’edificio di Liubov Kovaliova da settimane fanno la guarda poliziotti e agenti del KGB. Osservano. Redigono rapporti.

La sera del 17 marzo gli amici di Vladislav e gente sconosciuta hanno portato fiori sotto le finestre dei Kovaliov e hanno deposto candele… Quel giorno la Bielorussia ha saputo che la sentenza dei “terroristi della metro” era stata eseguita.

Liubov Kovaliova ha 47 anni, è piccolina, parla con una voce esile.

- Molto gentile, occhi intelligenti. Cammina sempre a testa alta – racconta un vicino di casa – Ho sempre pensato che fosse insegnante o impiegata.

Liubov Kovaliova non è nè insegnante, nè impiegata

- Sono venuta a Vitebsk nel 1980, da un paesino vicino. Avevo 16 anni e ho initato la scuola professionale. Sarei dovuta diventare tessitrice. – Finita la scuola iniziò a lavorare nella fabbrica di tessuti di Vitebsk. Conobbe Yuri Kovaliov, che lavorava come elettricista nella società elettrica cittadina. Si sposarono e nel 1986 nacque il figlio Vladislav. Il bambino soffriva di asma. – Mi ricordo le notti in bianco. Aveva spesso attacchi di asma. Si soffocava, gli mancava l’aria, avevo molta paura per lui – ricorda Liubov. Nel 1988 nacque la figlia Tatiana.

Nell’album di famiglia della famiglia Kovaliov, si vedono i festeggiamenti del capodanno 2000 nel loro appartamento di due stanze: il 14enne Vladislav sotto l’albero di Natale con un cagnolino, Vladislav con papà e mamma dietro alla tavola imbandita…

Liubov si occupava dei bambini. E il marito, da tipico operaio della periferia, beveva sempre di più.

- Ha divorziato. Lei ha dedicato tutta la vita ai figli. E lui cosa avrebbe potuto dar loro? – dice un amico di famiglia.

Dopo il divorzio Liubov aveva trovato un lavoro come guardiana, nella vicina fabbrica di prodotti in legno. Lavorara con un turno di 24 ore e poi aveva 48 ore di riposo. – Questo ritmo mi permetteva di dedicare più tempo ai figli – racconta.

- A Vladislav non piaceva andare a scuola. Del resto a nessuno di noi piaceva – ricorda Sergei, un suo amico di cortile.

A scuola Vladislav di solito prendeva solo la sufficienza e sin dall’inizio aveva deciso di imparare al più presto un mestiere e di mettersi a lavorare. – Voleva guadagnare, aiutare la famiglia, la madre – racconta Sergei.

Da adolescente Vladislav amava l’heavy metal. A casa era spuntata una chitarra e lui aveva imparato a suonarla. In seguito con gli amici aveva messo su un gruppo heavy metal. – La cosa non mi aveva preoccupata. Mi piace il rock, non mi creavo problemi per cose del genere – ricorda Liubov.

- Mamma era sempre aperta. Potevamo invitare gli amici a casa, prendeva sul serio le nostre voglie giovanili sul taglio di capelli, sulla musica… Ascoltava il rock con noi – aggiunge Tatiana.

Dopo la scuola Vladislav fece un corso da elettricista e iniziò a lavorare nella società elettrica cittadina, dove prima aveva lavorato suo padre. In seguito lavorò in ferrovia, e nell’autunno 2010 si trasferì a Minsk. Sognava di mettersi in affari, aveva frequentato persino qualche corso. Nel frattempo per mantenersi aveva trovato lavoro nella Società Elettrica di Minsk. In quel periodo Tatiana studiava informatica all’università di Vitebsk.

Liubov guardando i figli si sentiva orgogliosa e soddisfatta. Ricorda anche quanto fosse felice e sicura di abitare in uno stato giusto, che difende i propri cittadini.

- Un tempo guardavamo la televisione bielorussa. Adesso mi vergogno del fatto che credevo a quelle menzogne che propinano alla gente – dice Tatiana Kovaliova.

Il procuratore: faccia una vita tranquilla

Già 16 giorni dopo l’arresto Vladislav e il suo collega di scuola Dmitri Konovalov sono stati formalmente accusati dell’esecuzione dell’attentato terroristico. Dmitri avrebbe costruito la bomba nella cantina di casa, a Vitebsk. L’avrebbe portata a Minsk, lasciata nella metro e fatta esplodere l’11 aprile 2011 alle ore 17:55, l’ora di punta. Nell’attentato sono morte 15 persone, e 387 sono rimaste ferite. Vladislav Kovaliov avrebbe aiutato l’amico Dmitri il 10 aprile a portare la bomba, dalla stazione ferroviaria all’appartamento in affitto. Avrebbe saputo che Konovalov voleva eseguire un attentato terroristico, senza informare la polizia…

- Troppo tardi ho cercato un avvocato per mio figlio – dice Liubov. – Pensavo che tutto si sarebbe chiarito, e nel frattempo hanno messo in piedi tutta la faccenda, hanno fabbricato le confessioni. Chissa per chi ha veramente lavorato l’avvocato d’ufficio, fornito dallo stato.

Liubov aveva trovato un altro avvocato. Non era stato facile. Nessun avvocato di Vitebks voleva assumersi la difesa del terrorista. Alla fine i conoscenti le consigliarono un avvocato di Minsk. Ma bisognava pagarlo. Come farlo con lo stipendo di una guardiana?

- Tutta la famiglia ha fatto debiti: io, mamma, zia… Tutti i soldi sono stati spesi per l’avvocato. Non so neanche per quanti anni dovremo pagare il debito- dice Tatiana.

L’avvocato Stanislav Abrazei non potè far molto. Prima dell’udienza gli fu permesso di parlare in disparte con il suo cliente solo per due minuti. Le autorità gli imposero l’obbligo di mantenere segreti tutti i dettagli dell’indagine. Dopo l’incontro con Vladislav non potè trasmettere alla madre nulla, oltre al fatto che il figlio sta bene. L’inchiesta sull’attentanto era condotta da Maksim Voronin, vicedirettore del reparto investigativo della Procura Generale. Giovane, ambizioso. Aveva lavorato nella procura di Grodno. Aveva fatto carriera quando gli era capitata una causa importante, relativa all’acquisto di appartamenti statali a prezzo ribassato da parte di funzionari di Grodno. Il tesoro dello stato in ogni transazione aveva perso dai 4.000 ai 20.000 dollari. Ma Voronin dopo alcuni mesi archiviò la pratica. I funzionari trassero un sospiro di sollievo, e poichè stavano in alto e avevano conoscenze nella capitale, il giovane procuratore fu rapidamente promosso alla Procura Generale di Minsk.

Fu Voronin a interrogare Vladislav. – Gia sin dall’inizio dell’inchiesta mi disse: “Faccia una vita tranquilla. Lei ha ancora una figlia”. Queste parole mi terrorizzarono – ricorda Liubov.

[continua]

Fonte: gazeta.pl
Autore: Andrzej Poczobut
Traduzione: infobielorussia.org