Appunti per capire la Bielorussia

Sono ritornato dal mio viaggio in Bielorussia, dove ho avuto decine di incontri, dei quali solo una parte sono descritti negli articoli pubblicati. Oltre a questo mi sono personalmente reso conto della vita della gente, sono entrato nelle loro case, ho visitato i luoghi di aggregazione. Ho girato per i negozi filmando e annotandomi i prezzi, ho girato i diversi quartieri di Minsk: il centro, la periferia di palazzoni e quella di casupole, così come la zona delle ville sontuose dei nuovi ricchi, fedeli al regime. Si è delineato sempre più chiaro il quadro della realtà bielorussa, che provo a tratteggiare per parole chiave, facendo ordine tra le tante informazioni raccolte.

Opposizione

A grandi linee si può dire che la società bielorussa si divide in un 25-30% circa di sostenitori di Lukashenko, un altro 25-30% di persone che sono decisamente contrarie e che hanno la consapevolezza di vivere in una dittatura, e un resto che non si interessa assolutamente di quello che succede al paese, concentrandosi sulla propria sopravvivenza. Questi numeri mi sono stati ripetuti da molte persone, compreso un candidato che si è girato i suoi potenziali elettori casa per casa e che ha potuto rendersi conto personalmente della situazione.

Nei miei incontri con professionisti, piccoli imprenditori, laureati o comunque persone di buon livello intellettuale, ho quasi sempre incontrato persone decisamente contrarie al regime, quella che io chiamo la “parte migliore della società bielorussa“.

Incontrando gente semplice, che a volte fa due lavori per arrivare alla fine del mese, ho conosciuto quella parte della popolazione che comprensibilmente non si pone proprio il problema della libertà e della democrazia.

La cosa interessante è che tutte le persone della “parte migliore della società” con cui ho parlato, non si identificano assolutamente con la cosiddetta “opposizione”. Nessuno parla dell’opposizione, dei partiti e dei leader dell’opposizione, usando il “noi”. Parlano di un “loro”, e ne parlano in modo fortemente critico. All’opposizione viene rimproverato di non avere ottenuto nulla in quasi 20 anni di attvità, di usare la situazione per fare carriera politica, di utilizzare la solidarietà internazionale per raccogliere soldi “per la causa” che spesso finiscono nelle loro tasche, e a livello di singolo militante di utilizzare il ruolo di “vittima del regime” per facilitare la propria permanenza in Unione Europea o negli Stati Uniti.

Manifestazioni

Anche per questo, ma non solo, le persone che partecipano alle manifestazioni sono solo la punta dell’iceberg del dissenso. Tutte le persone comuni della “parte migliore della società”, contrarie al regime, che ho incontrato durante il mio viaggio non hanno mai partecipato a manifestazioni. Dicono di non averlo fatto principalmente per due motivi: per la convizione che non servono a nulla e per la paura di ritorsioni. In molti mi hanno ripetuto che “alle manifestazioni ci va chi non ha nulla da perdere”, intendendo quelli che sono già nelle “liste nere” del regime, e gli studenti che sono un po’ meno ricattabili di chi lavora, anche se vi sono stati comunque casi di studenti espulsi dalle università per l’attività politica, come racconta il politologo Pavel Usov.

Solamente gli attivisti, ossia quella parte della società che oltre ad essere contraria al regime si impegna socialmente, sono andati alle manifestazioni, ma ci sono andati con lo spirito ben illustrato da queste parole: “Alle elezioni del 2006 c’era un filo di speranza, e sono andata alla manifestazione. Alle elezioni del 2010 la speranza non c’era, ma sono andata lo stesso alla manifestazione. Sapevo che non serviva a niente, ma sapevo anche che io non potevo non essere in Piazza quel giorno.

KGB

La parola “KGB”, la sigla della polizia segreta, è una delle parole da non pronunciare, soprattutto quando si parla al telefono. Più di una persona mi ha detto che le conversazioni telefoniche sono monitorate da sistemi automatici che reagiscono a determinate parole, come “KGB”, “dittatura”, “Lukashenko”. Che sia vero o meno, e quanto largamente questo monitoraggio venga messo in atto, è solo in parte importante, in quanto la paura stessa fa il gioco del regime. Mi sono reso conto da molti racconti che il KGB utilizza largamente le minacce, mettendole in atto solo in alcuni casi. In questa maniera spesso il regime riesce ad ottenere lo scopo di intimorire e controllare i cittadini senza neanche dover agire: basta la minaccia, e la consapevolezza della gente che qualche volte le minacce vengono attuate.

Da molti racconti emerge l’incontro con personaggi del KGB non proprio intelligenti, che si fanno abbindolare dai cittadini che dovrebbero controllare. Altri hanno sottolineato che invece vengono impiegate nel KGB molte persone capaci, che mettono la loro intelligenza al servizio del regime. La mia impressione è che sia vero l’uno e l’altro. La Bielorussia è un paese con 1400 poliziotti ogni 100.000 abitanti, il valore più alto del mondo (doppio della Russia, triplo della media europea) e nonostante i poliziotti godano di molti privilegi dovendo mantenere un organico così grande lo stato è costretto ad arruolare quello che trova…

Venire contattati dal KGB non è cosa affatto rara, basta un qualsiasi elemento che distingue dalla massa: contatti con occidentali, frequenti viaggi all’estero.

Come arma per fare pressione sulla gente il regime usa principalmente la minaccia della perdita del posto di lavoro. Se questo non basta, la minaccia viene attuata. Se decidono di andare oltre e utilizzare l’arma dell’arresto, viene sempre inventata un’accusa. Ripete spesso Lukashenko: “Da non non ci sono prigionieri politici, ma solamente criminali comuni”. Ecco che il dissidente diventa ad esempio un evasore fiscale, oppure un trafficante di immigrati clandestini.

Affari ed economia

Una cosa che si nota e che viene spesso ripetuta è l’assenza del piccolo business. Un mio interlocutore lo ha espresso con queste parole: “Esiste un solo business qui in Bielorussia: quello di Lukashenko”. Questo si vede a colpo d’occhio, anche passeggiando per la città. Chi è familiare con i paesi dell’Est, soprattutto con quelli più nordici, dove l’inverno fa molto freddo, è abituato a trovare negozietti, chioschi e bancarelle nei sottopassaggi pedonali e negli ingressi della metropolitana. Qui i sottopassaggi sono corridoi vuoti dove si sente solo l’eco dei propri passi. L’unico con un minimo di commercio è quello sotto alla stazione, ma qui anche le signore che vendono i fiori hanno tutte appuntato il cartellino dell’azienda per la quale lavorano.

I dati macroeconomici dicono che il 70% delle aziende in Bielorussia sono statali. Esistono settori del commercio, come quello degli alcolici, che sono riservati alla famiglia di Lukashenko e in questo regime di monopolio il prezzo degli alcolici di importazione è elevatissimo. In generale tutti i beni di consumo hanno prezzi maggiori di quelli europei, su questo pubblicherò prossimamente un articolo.

Sebbene il regime di Lukashenko formalmente combatta la corruzione, il diffuso senso di assenza di legalità la fa sviluppare. Un imprenditore italiano mi ha raccontato di una struttura produttiva creata presso Minsk da un connazionale, fatta chiudere da un potente locale a cui dava fastidio, con una azione legale basata su una scusa ridicola. La magistratura, abituata ad essere al servizio della repressione politica, serve altrettanto facilmente gli interessi economici di chi paga meglio. Nelle zone del centro città, dove il valore degli immobili cresce, l’amministrazione comunale sfratta la gente per far insediare nei locali le attività economiche che pagano un’opportuna tangente. Non sono fenomeni direttamente dovuti alla dittatura, ma la mancanza di uno stato di diritto li rende estremamente difficili da denunciare e debellare.

Lingua bielorussa

La questione della lingua bielorussa è veramente intricata, come emerge dalla mia prima intervista del viaggio. Da una parte la gente, soprattutto nelle città, non parla il bielorusso. D’altra parte se viaggiate in metro o in autobus, trovate questa situazione schizofrenica: i nomi delle fermate, delle vie e delle piazze sono in bielorusso, sia nei cartelli che nei messaggi vocali dei mezzi di trasporto, sebbene ogni pubblicità e ogni conversazione sui mezzi sia rigorosamente in russo. Così per arrivare a quella che tutti chiamano “Ploshad Pabiedi” dovrete scendere quando la voce registrata dirà “Ploshcha Peramoghi”.

Quasi nessuno sa parlare bielorusso, ma a scuola viene studiato come “lingua madre” e non straniera. Però solo 2 ore a settimana, e tutte le altre materie scolastiche sono insegnate in russo.

La gente contraria al regime è attratta dal bielorusso, un po’ come “lingua della ribellione”, un po’ per la ricerca di un’identità culturale nazionale, per non ridursi ad essere solo una provincia occidentale della Russia. Un’iniziativa delle ultime settimane, nata a Mosca nella diaspora bielorussia e ritrapiantata a Minsk, corsi gratuiti di lingua bielorussa, ha avuto un successo superiore alle aspettative, tanto che il KGB dopo la prima lezione li ha già fatti buttar fuori dalla loro prima sede. Ma ne hanno già un’altra, che ho anche visitato, e su questo anche pubblicherò un articolo.

Ma questo riguarda comunque l’elite intellettuale. Per la gente semplice, quella che lavora per sopravvivere, quella che pensa alla camicia e salsiccia di cui parlava un mio interlocutore, la questione di un altra lingua diversa dal russo proprio non si pone. Al limite una lingua dell’Europa, magari per conoscere qualcuno e scappare dalla Bielorussia, questo si. Una cameriera mi raccontava ridendo di un anziano signore che ordinava in bielorusso, ai suoi orecchi questo suonava come oggi per noi l’italiano di Brancaleone.

E la questione lingua bielorussa/russa è anche legata alla questione del carisma personale di Lukashenko. Come mi ha detto un attivista: “Mi sono chiesto che cosa succederebbe se Lukashenko domani morisse. Sarebbe la fine della dittatura o no? Si potrebbe dire che la morte del dittatore non è automaticamente la fine della dittatura, ma nel nostro caso forse si, o per lo meno sarebbe molto più debole. Perchè lui ha un grande carisma personale. Parla la lingua della gente. Tra l’opposizione non c’è una persona che ha questo carisma. L’opposizione è un’elite, ci sono persone intelligenti, di cultura. Hanno da dire cose sagge ma non riescono a parlare la lingua della gente”. La lingua della gente certamente sono i problemi, i bisogni e i sogni della gente, ma in senso linguistico è sicuramente il russo. Con tutta la simpatia per chi lotta contro il regime, in questa fase la lingua bielorussa è un gioco, non è sicuramente lo strumento per arrivare alle masse bielorusse.

Ordine e mitezza

Nella mia prima recensione che accompagnava la mia versione italiana del film “Sogno Bielorusso“, usavo l’espressione “popolo mite”. Poi mi è sembrato di esagerare, di sovrainterpretare, in fondo avevo visto solo un film e conosciuto un paio di persone, che ne potevo sapere. Allora avevo cancellato questo aggettivo.

In realtà la mitezza dei bielorussi l’ho nuovamente ritrovata visitando la loro terra. Come diceva la mia interlocutrice “uno stato militare, ma con accento bielorusso, perchè i Bielorussi non sono aggressivi in fondo”. Questa loro mitezza, questo loro amore per l’ordine, questo loro carattere calmo, molto nordico, è davvero un loro tratto distintivo. Quegli italiani che lodano la dittatura, attribuendo a Lukashenko l’ordine e la pulizia che regnano in Bielorussia, mostrano di conoscere poco i Bielorussi.

Questa caratteristica è insieme punto di forza e punto di debolezza dei Bielorussi. Punto di forza, perchè li custodisce da meccanismi violenti, di guerra civile, che spesso accompagnano i tentativi di uscita dalle dittature. Punto di debolezza, perchè la loro eccessiva pazienza e mitezza li espone al rischio di una situazione che perdura a tempo indefinito. Come diceva nel film “Sogno Bielorusso” l’ex-presidente Stanislav Shushkevicz, primo capo di stato della Bielorussia negli anni 1991-1994: “Non ci può aspettare in Bielorussia gli eventi di Kirghizistan, Ucraina, Georgia. Abbiamo un’altra mentalità”.